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UNA ABi_BACK AD HONOREM PER UNA MOSCA

abi back borsa con tracolla genderless

Sono arrivata al laboratorio Coccadoro che erano le dieci e mezza del mattino ed erano tutte e quattro , le ho viste subito perché erano fuori al sole e appena mi hanno visto Chri si è affrettata ad aprire i due cancelletti che mi separavano da loro. Le ho trovate tutte prese nel tentativo di fare una storia per Instagram che avesse un senso, ma tranne Roberta che padroneggia il mezzo, le altre tre tre sono un po’ schiappe e quindi confuse provavano e sbagliavano e di nuovo e io Moscocca ridevo, perché con loro si lavora e si ride e il lavoro diventa bellissimo.
I
mprovvisamente, due di loro mi hanno afferrata, letteralmente presa di peso e portata dentro e prima che io potessi capire qualcosa mentre sentivo che si dicevano entusiaste “E’ vestita tutta di nero”, mi hanno spogliata di giubbotto e pullover e messa sotto le luci del loro set fotografico. Sono stata lì quasi due ore, a circa otto gradi, mentre Chri scattava e Daniela mi passava le borse e Roberta sistemava la mia posa, mentre Anna, indefessa lavorava al suo pc sorridendo per le scemenze che ci dicevamo. Mi hanno pure messo la musica e abbiamo riso come matte mentre Daniela faceva la DivettVice aVtistica e io ringraziavo il cielo, ad alta voce, per avere avuto la grazia a cinquantadue anni di non finire tra le pagine del Postal Market ma nella vetrina del loro sito.

Poi l’immancabile pranzo: riso integrale con verdure miste, scorza di limone, curcuma e curry fatto da Roberta. Caspita che delizia. Un’insalata di pomodoro e feta ed una verde accompagnata dal pane di Monreale. Alla fine tutti al lavoro, come sempre. Poi è arrivato il momento che me ne andassi e cercavo il mio zaino, me lo spostano di continuo le quattro, ma è grande e caspita se si vede. Impossibile che non lo trovassi.
Dopo dieci minuti di ricerca silente ho cominciato a sbraitare chiedendo loro di aiutarmi e mi hanno lasciata a me stessa per altri cinque minuti fino a quando non so chi delle quattro mi ha indicato una grande busta di carta riciclata e mi ha detto: “Clo, il tuo zaino è qui”, con finta nonchalache.
Io furiosa a domandare loro chi l’avesse nascosto con tanta sapienza e malafede, non fosse che quando mi sono avvicinata per tirarlo fuori di zaini ne ho trovati due.
Il mio e l’Abi Back che da tempo guardavo come si guarda un pollo arrosto dopo mesi di digiuno e, in quel momento, ho capito che era mia.
Vabbè, come quando vado a comprare i vestiti ed esco dal negozio con quelli nuovi indossati e i vecchi nella busta, ho messo in spalla il mio nuovo zaino che sembrava mi avessero conferito la medaglia all’onore. Però’ sulle spalle.

Insomma, MOSCOCCHE non si nasce ma si diventa e sembra che io me lo sia meritato sul campo.

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