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“HO LE BUDELLA A MATAPOLLO”

Anche al laboratorio Coccadoro esistono le giornate no, quelle giornate in cui ci si sveglia tutte un po’ nervosette e sembra che tutto vada contro e poi magari capita davvero che qualcosa vada storto e allora è tale il nervosismo che sembra che le budella ti si aggroviglino.
Ecco, a Palermo usiamo un idioma piuttosto colorito che è: “ Farisi i vuredda a matapollo”.

Idioma abbastanza comprensibile per la prima parte, anche per i non siculi, ma assolutamente incomprensibile rispetto al termine “Matapollo” che onomatopeicamente ti rimanda al pollo o alla matassa ma che se non ti spingi in una ricerca approfondita, mai e poi mai, per quanto tu possa essere una cultrice del dialetto siciliano, arriverai ad intuirne il vero significato.

Spinte dalla curiosità, in una giornata che aveva del grigio, le Cocche hanno rispolverato questo detto e hanno scoperto che il termine Matapollo, in verità, le riguarda molto più da vicino di quanto mai loro avrebbero potuto immaginare.

Allora, per la traduzione della prima parte non è importante interrogare il dizionario Siciliano/Italiano e “farisi i vuredda” lo si traduce quasi letteralmente con “ridurre le proprie budella”, la seconda parte, il Matapollo per l’appunto è stato appurato essere il Madapel o Madapolam, tessuto di origini indiane di poco pregio utilizzato, in passato, per confezionare le lenzuola e che dopo pochi lavaggi tendeva a stropicciarsi e bucarsi, riducendosi in breve tempo in un cencio vecchio e rattoppato.

Il siciliano è una lingua piena di tutte le contaminazioni che hanno lambito la nostra gente e la nostra terra, sicché abbiamo ereditato anche questo termine storpiandolo e utilizzandolo al fine di esprimere quel gran malessere che sarà capitato a tutti di provare quando, per il nervoso, sentiamo il contorcersi delle nostre budella al punto tale da percepirle come uno straccio logoro e strizzato.

A Matapollo, per l’appunto.

Foto di AJ da Unsplash

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