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UNA mosCOCCA VOLA SOLA DENTRO IL COCCALAB

Sono entrata nel laboratorio di Coccadoro che era vuoto, nessuna Cocca ad attendermi.
Giornata d’estate calda e afosa, aperta la porta non ho neanche pensato di aprire le finestre e far passare quel poco di aria che si sarebbe potuta infilare tra una finestra ed un’altra.
Ho soltanto pensato che per un tempo di durata incerta quel luogo sarebbe stato mio e mio soltanto.

Posato il mio Abi_back sul grande tavolo da lavoro ho pensato che quel tempo avrebbe potuto essere un tempo tutto mio, dentro questo luogo che mi appartiene e non mi appartiene.
Ho cominciato a camminare tra i tanti oggetti ormai a me noti e i tanti altri di cui ancora sconosco magia e funzione.
Mi meraviglio sempre di questo luogo dal quale qualcuno pensa e crea, perche oggetti e soggetti fanno parte di un miracolo unico, che è quello di chi ha immaginato qualcosa che ha reso poi reale e concreta e per me che scrivo parole la concretezza è una “verità’” che sconosco.

Allora ho deciso di mettermi a guardare alcune stoffe e ho fatto lo sforzo di immaginarle assemblate, allo stesso modo ho osservato da vicino le macchine da cucire cercando di capire se il filo lega o conduce.
Poi con curiosità meticolosa ho preso una di quelle borse già compiute e ho cercato di seguire la via che da un drappo  è passato per una cucitura e poi attraverso questa si è arrivati ad una tasca e poi ad un lieto fine.

E’ stato un tempo prezioso, rubato a non so chi (ma il tempo rubato ha sempre un sapore molto intenso), interrotto da chi un giorno ha pensato che si potesse osare.
Osare in che modo?
Dando un senso concreto all’immaginazione, che poi è soltanto una variabile sconosciuta di una idea che si appresta a divenire reale.

Foto di Mahmud Ahsan

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